Dal 27 giugno all’11 ottobre 2026 il Magazzino delle Idee di Trieste ospita Fotoni, la prima mostra personale dedicata al lavoro fotografico di Ila Bêka. Curata da Barbara Casavecchia e prodotta e organizzata dall’Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia – ERPAC, l’esposizione riunisce oltre 300 fotografie scelte da un archivio personale rimasto finora inedito, composto da circa 300.000 immagini realizzate nell’arco di quarant’anni.
Ila Bêka, nome d’arte di Filippo Clericuzio, è nato a Latisana nel 1967. Ha studiato Architettura all’ IUAV di Venezia e all’École Nationale Supérieure d’Architecture de Paris-Belleville ed e’ artista, regista, produttore ed editore. Ha iniziato a lavorare nel cinema con i Millimetraggi, una serie di 168 microfilm, e da circa vent’anni collabora con Louise Lemoine nel duo Bêka & Lemoine. Insieme hanno realizzato più di quaranta film nei quali osservano il rapporto tra le persone, gli spazi e l’architettura, tra cui Koolhaas Houselife, Moriyama-San, Tokyo Ride e Homo Urbanus, un progetto articolato in quindici capitoli. Nel 2016 il Museum of Modern Art di New York ha acquisito per la propria collezione permanente l’intera opera prodotta dal duo fino a quel momento.
Meno conosciuto è il lavoro fotografico che Ila Bêka ha portato avanti parallelamente al cinema. Per quarant’anni ha fotografato durante i viaggi, per strada e nella vita quotidiana, senza pensare necessariamente che quelle immagini sarebbero state esposte. Descrive il proprio archivio come un “grande baule” nel quale ha ritrovato 300.000 situazioni “in cui sono stato”. Molte fotografie sono state scattate con il cellulare, usato come un taccuino nel quale annotare ciò che incontra e che, per qualche ragione, richiama la sua attenzione.


Le immagini non sono preparate né ricostruite. Ila Bêka lascia che siano gli incontri, gli eventi e il caso a suggerirgli cosa fotografare, senza preoccuparsi di raggiungere una perfezione formale. È un modo di lavorare che si ritrova anche nei film realizzati con Louise Lemoine, nei quali la sceneggiatura non è mai del tutto chiusa e rimane aperta a ciò che può accadere durante le riprese. Per l’artista anche l’errore ha un valore: “L’errore in fotografia amplifica l’umanità delle persone, mentre la perfezione non è inclusiva”.
Il lavoro di selezione compiuto insieme a Barbara Casavecchia ha seguito un procedimento vicino a quello del montaggio cinematografico. Louise Lemoine lo descrive come un passaggio dalla massa indistinta del girato alla nascita di una storia. Anche il percorso espositivo non segue un ordine cronologico, ma procede attraverso associazioni, ricordi e accostamenti, talvolta accompagnati da brevi annotazioni di Ila Bêka. Come osserva la curatrice, Fotoni è soltanto una delle tante mostre che sarebbero potute nascere da un archivio tanto vasto e personale.


Durante la selezione sono affiorati soprattutto due temi, il corpo e la luce. Il corpo compare già nelle fotografie in bianco e nero realizzate nei primi anni Ottanta sulla spiaggia di Lignano Sabbiadoro. Ila Bêka era ancora molto giovane quando cominciò a osservare i bagnanti, i loro gesti e il modo in cui si muovevano sulla spiaggia: persone assorte, tuffi, partite a pallone, madri con i bambini e coppie di anziani. Le inquadrature sono spesso ravvicinate e inconsuete, mentre alcune fotografie sono mosse o fuori fuoco. L’interesse non è rivolto soltanto ai singoli soggetti, ma al modo in cui i loro corpi occupano lo spazio e modificano l’immagine.
Già in queste prime fotografie si riconosce un tema che diventerà centrale nel lavoro cinematografico di Bêka & Lemoine: la relazione tra le persone e gli ambienti nei quali si trovano. Lo stesso interesse ritorna nelle immagini dei bagnanti fotografati dall’alto mentre nuotano nelle acque scure dei fiumi e dei canali cittadini. Ogni corpo assume una forma diversa e trova il proprio modo di stare nello spazio.


La luce è l’altro elemento che tiene insieme la mostra. Ila Bêka la osserva non soltanto come condizione necessaria alla fotografia, ma per la sua capacità di modificare le cose e il modo in cui le vediamo. Buio, ombre, riflessi e bagliori compaiono nelle immagini più astratte, mentre improvvisi tagli luminosi fanno emergere dettagli che potrebbero facilmente passare inosservati: una bolla d’aria sotto un pavimento di linoleum, la vernice colata alla base di un palo, piccoli oggetti incastrati nei muri o i giochi lasciati dai bambini nelle piazze veneziane.

Il titolo Fotoni nasce dall’interesse dell’artista per la meccanica quantistica e rimanda alle particelle che compongono la luce. Quando vengono riflesse dalla materia, raggiungono i nostri occhi e sono interpretate dal cervello come forme e colori. Ila Bêka riassume questo processo con una frase: “Vedere significa tradurre i fotoni in esperienza”. Nel titolo c’è anche una componente ironica: immagini scattate spesso con un cellulare e osservate per anni su un piccolo schermo diventano, negli spazi della mostra, stampe di grandi dimensioni.
Completano il percorso alcuni taccuini giovanili, pieni di fotografie, note scritte a mano e riferimenti alla storia dell’arte. In una delle pagine Ila Bêka immaginava una serie di ritratti nei quali il volto fosse nascosto. Quella stessa idea ritorna nelle fotografie di dipinti rinascimentali attraversati da riflessi che impediscono di riconoscere i personaggi raffigurati. Non potendo soffermarsi sul volto, chi guarda finisce per osservare la superficie del dipinto, le crettature, le pennellate e il movimento del colore sulla tela.
Il lavoro fotografico non rappresenta quindi un capitolo secondario nella ricerca di Ila Bêka. In queste immagini si trovano già l’attenzione per il modo in cui i corpi abitano lo spazio, l’interesse per la luce e la curiosità verso le piccole cose che accadono ogni giorno, gli stessi elementi che il regista avrebbe continuato a osservare nei film realizzati insieme a Louise Lemoine.
Per maggiori informazioni:
www.magazzinodelleidee.it
info@magazzinodelleidee.it | T +39 040 3774783
Silvia Donà